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Archive for the ‘racconto’ Category

 

Titanic 2

Come in un film, come Jack e Rose nelle ultime sequenze del Titanic. Aggrappati  a una zattera che sprofonda, Saahir  e Nadira si stringono uno all’altra in un abbraccio che sarà per sempre. Il legno che scricchiola, le urla e i lamenti attorno a loro di altri disperati, i vestiti inzuppati, gli occhi che fissano con terrore il buio  e le onde nere del mare.

Le acque dell’Egeo sono gelide in questa cupa notte di gennaio e non lasciano scampo. A poco a poco  Nadira e Saahir sprofondano in un torpore che spezza le loro ultime forze. Le mani abbandonano la presa e i loro corpi scivolano in mare senza neppure un grido, una parola.

 Non sono Jack e Rose. Di loro non si conosce neppure il nome.  E lui non è giovane, bello e non ha il ciuffo biondo  di Jack ma ricci capelli neri incollati al viso. Lei ha il capo coperto da un velo nero. Non si sono imbarcati su un transatlantico ma su un barcone di terza mano, tenuto insieme da chiodi arrugginiti, ammassati insieme ad altri profughi  come animali condotti al macello.

Come dentro a un film, muoiono tragicamente, ma la loro è una morte ordinaria. Due numeri, semplicemente due numeri che si aggiungono a tanti altri. Non fanno spettacolo, non fanno neppure più notizia. E la pietà che dovrebbe accompagnare la loro triste fine è ormai sprofondata in un mare di indifferenza,  ancora più scuro e spietato di quello che li ha inghiottiti.

***

Racconto di Flavia Rolli

Immagine dal web

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Giulia aveva deciso di prendersi un giorno libero. E così per quel giovedì si era concessa di non puntare la sveglia, si alzò con  calma alle nove e impiegò più di un’ora per farsi la doccia, asciugare i capelli e truccarsi con cura.   Si sentì anche libera di lasciare il cellulare spento, perché nessuno potesse disturbarla, e se ne uscì di casa.  Ovviamente aveva cancellato tutti gli appuntamenti fissati per quel giorno  presso il suo studio di avvocato, libera perfino dal senso di colpa per aver abbandonato i suoi clienti al loro destino.

 Se ne andò in giro per la città senza seguire un programma prestabilito ma inseguendo  soltanto il filo dei suoi pensieri, ai quali per una volta lasciò la libertà di esprimersi senza censura. E allora si sentì finalmente libera di ammettere con se stessa che  ne aveva abbastanza. Non ne poteva più di una  madre perennemente in bilico fra depressione e alcolismo, di un  figlio disoccupato di professione, di una  figlia separata due volte, che sembrava avere più bisogno della sua consulenza legale  che del suo affetto materno.  Si sentì libera di scrollarsi di dosso il peso delle responsabilità, lei che  si era sempre fatta carico dei problemi altrui, in famiglia e sul lavoro. Libera di riconoscere la sua solitudine nonostante la schiera di amici, reali e virtuali, ma tutti ugualmente ignari di quello che stava maturando in lei. Libera di urlare tutti i vaffanculo soffocati per senso del dovere, per amore filiale, coniugale, materno, amicale. Libera dal dover essere allegra e sorridente anche se dentro si sentiva a pezzi. Libera di piangere senza vergogna  e chi se ne frega del mascara che cola e della dignità che va a rotoli.  Libera di fare lo sgambetto all’analista, di prendere a sberle la paura, di non pensare più a niente, a nessuno, e di non tornare più indietro, ma avanti, avanti, avanti, fin sopra il parapetto di quel cavalcavia. E poi giù, a volo libero, per sempre libera.

Racconto di Flavia Rolli

Immagine dal web

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Caro  Babbo  Natale. Anzi no, caro un bel  niente. Sono anni che ti chiedo sempre le stesse cose, ma tu manco a morire che mi ascolti. Ora ci riprovo, ma questa è l’ultima volta. O fai quello che ti dico o fra me e te è tutto finito.

Per prima cosa, suvvia, elimina dalla faccia della terra tutti quei replicanti che si aggirano per le vie dello shopping, spacciandosi per Santa Claus. Confondono le idee! I bambini non sanno più distinguere fra te, che arrivi zitto zitto la notte del 25 dicembre, e le tue brutte copie, che spuntano come funghi ad ogni angolo della città fin dai primi giorni del mese.  E già che ci sei, fai tagliare la corda, nel vero senso della parola,  a tutti quei Babbo Natale che  danno la scalata ai balconi e che non ho ancora capito se mimano un ladro con tanto di bottino in spalla  (come se non bastassero quelli veri!) o se cercano di imitare te, che peraltro sei munito di renne e non ti sei mai dato al funambolismo.

Secondo, ti scongiuro, fai fulminare tutte le luminarie new style che  dilagano per la città e offuscano le belle lucine color tradizione, che quelle sì fanno Natale. Per cominciare, spegni una volta per tutte quell’orribile cascata di luci blu, rosse e verdi che pende dalla finestra del mio dirimpettaio, simile a una bandiera a 35.000 watt.

 

Terzo, ti supplico, fai sì che non ci sia più un produttore cinematografico disposto a finanziare uno di quei terribili  cinepanettoni che anche dopo lo storico divorzio di Boldi e De Sica continuano a imperversare ad ogni Natale, sempre uguali a se stessi.

 

E poi, sii buono! Fai finire una volta per tutto il “riciclo” dei regali più brutti e pacchiani! Perché è vero che basta il pensiero, ma che pensiero sarà mai quando rifili a un’ altra persona un oggetto che ti fa schifo?? 

E già che ci sei,  convinci il Signor Bauli, il Signor Balocco, il Signor Melegatti e tutto il trio delle Tre Marie  a piantarla di inventare  tartufoni,  panettoni noir,  rouge e blanche, pandorini e pandoroni, limoncé e limon-non-c’è….  Panettone e pandoro come Dio comanda ci bastano e avanzano.

 

Infine, ti prego, dai una calmata a  quei pazzi folletti che nella notte fra il 6 e il 7 gennaio si scatenano fra i banconi dei supermercati e nel giro di poche ore ci catapulano dritti dritti dal Natale al Carnevale. Non possiamo  abbuffarci di chiacchiere e tortelli dolci quando ancora non abbiamo digerito il carbone di zucchero che ci ha portato la Befana!

So di averti già chiesto molto e quindi non mi dilungo con  altre quisquilie che  lasciano il tempo che trovano: la fame nel mondo, le guerre, le catastrofi ambientali e quelle politiche, le violenze sui più deboli, le ingiustizie sociali… So che sono problemi di second’ordine… ma se ti avanza un attimo di tempo, vedi se puoi fare qualcosa.

Ciao, Babbo Natale.  Non deludermi anche quest’anno e mi raccomando…  tratta bene le tue renne, se no ti denuncio alla Protezione Animali.

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racconto di Flavia Rolli

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RACCONTO SELEZIONATO DAL MULTIBLOG LA NOSTRA COMMEDIA

FRA I POST PIU’ VOTATI DI NATALE 2014

https://lanostracommediajalesh.wordpress.com/2015/01/08/i-post-piu-votati-di-natale-2014/

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“Le sue generalità, prego” mi esorta il carabiniere mentre mi affanno ad abbassare il finestrino dell’auto. Sono incappata  in un controllo non appena svoltato l’angolo di casa e mi sento inspiegabilmente come se mi avessero colta  in flagrante, anche se non ho commesso alcuna infrazione. Nulla, assolutamente  nulla, ho persino la cintura di sicurezza già allacciata…  Obbediente come un bravo soldatino che risponde all’appello, scandisco ad alta voce “Giovanna Scrigna, nata a Milano il ….” Non faccio in tempo a formulare la mia data di nascita che quello mi  squadra con espressione truce e mi  intima “Patente e libretto”.

Ah già, sono proprio scema. Ovvio che devo dare i documenti, non recitare i miei dati  a memoria, come se bastasse così poco  per dimostrare chi sono.

Il tipo mi strappa di mano la patente – un esemplare  da collezione: risale al 1973  – poi guarda la foto, guarda  la mia faccia,  poi ancora la mia foto,  la mia faccia, e  quindi mi apostrofa spazientito sventolandomi la patente sotto il naso: “Ma lei… lei circola  con questa roba qua? La foto, santo Iddio, è quella di una ragazza!  Sta sbarbata sarebbe lei da giovane? E chi me lo garantisce ? Chi mi dice che lei è davvero la Giovanna Scrigna che c’è scritto qua”   “Eh… vorrei saperlo anch’io”  balbetto fra me e me.  Poi,  con  voce incerta, tento di rabbonirlo : “ Lei ha ragione, è una foto di 40 anni fa, ma  non è colpa mia. All’Aci, quando sono andata a fare l’ultimo rinnovo  (guardi lì la fascetta rosa: validità fino al 23 marzo 2015)… all’ Aci, dicevo, mi hanno assicurato che potevo ancora tenere la mia vecchia patente ed io così ho fatto. Sa, ci sono affezionata  a questo brandello di carta .”

“Signora mia, qui non si tratta di portarsi appresso la foto scattata con il primo fidanzato o che so io… qui stiamo parlando della PATENTE. La PATENTE, capisce? Guardi, non mi faccia perdere tempo e mi dia la sua carta d’identità.”   Frugo affannosamente nel  portafoglio … mannaggia, dove l’ho messa? Ah, eccola, è in un taschino :  “Tenga,” gli dico “legga qua: Giovanna Scrigna, e la foto è stata scattata un anno fa, la carta d’identità l’ho rinnovata da poco. Mi riconosce ora?”   “Stia zitta un attimo, signora”  mi ordina il carabiniere. Ammutolisco, mentre lui confronta i due documenti, legge tutti i dati e alla fine , dopo avermi nuovamente squadrata e confrontata prima con la fotografia della patente, poi con quella della carta d’identità, si convince che io sono io e mi dice “Prego, signora, vada pure. E’ tutto a posto. Però, mi raccomando, si faccia sostituire al più presto questa vecchia patente.”

“Tutto a posto? TUTTO A POSTO?! E secondo lei basterebbe così poco per dire che è tutto a posto?”, gli urlo in faccia ridendo istericamente,  e  riparto a tutto gas lasciandolo lì, esterrefatto, senza dargli neppure il tempo di ribattere.

Guidando senza più una meta, continuo a inveire da sola ad alta voce: “ Tutto a posto eh?? Io sono  proprio io, eh?  La  Giovanna Scrigna  della patente  sarebbe la stessa della carta d’identità??  Ma vaffanculo, imbecille! Che cosa  ne vuoi sapere tu!”.

In quel mentre squilla il cellulare: “Ciao Giovanna, sono Franca, è da un po’ che non ti fai viva!”  Non le lascio dire una parola in più. “No guardi, non sono Giovanna. Ha sbagliato numero”. Poi scaglio il cellulare dal finestrino, e subito dopo lo seguono sull’asfalto la patente, la carta d’identità, il bancomat, la tessera della Coop, quella della Decathlon, delle Profumerie Mariannaud, di Media World, dell’Ikea… su tutte c’è scritto Giovanna Scrigna, ma  Giovanna Scrigna non è più lei da tanto.  Lasciatela in pace, lasciatele il tempo di fare ordine fra ciò che è stato e ciò che sarà e non fingete di sapere chi è veramente, perché neppure lei in questo momento lo sa.

 

 

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C’era una volta una principessa. Anzi, c’è ancora. Dirò di più, ce ne sono tante, e lo provano tutti quei muri imbrattati con l’immancabile, inverosimile, incancellabile  scritta “Ti amo principessa”….
A perpetrare questo scempio è sempre lui,  da secoli: quell’idiota graffittaro  del Principe Azzurro, che prima di essersi specializzato nell’arte di imbratta-muri andava in giro sul suo Guzzi California  73 cavalli, tutti rigorosamente bianchi,  a salvare Principesse Addormentate.
Addormentate come e da chi, vi chiederete voi. Mah, diciamo subito che queste benedette ragazze non sapevano fare nulla di meglio che ricamare o filare la lana (il femminismo non era ancora stato inventato) e regolarmente si pungevano…. La cosa non sarebbe stata grave se l’ago non fosse stato stregato da una donna malvagia e se puntualmente le sprovvedute principesse non fossero cadute in un sonno profondissimo, simile alla morte. Soltanto il nostro Principe d’azzurro vestito, con uno dei suoi baci più energizzanti di un Pocket Coffee, poteva risvegliarle e riportarle a una vita degna di essere vissuta. 
Il povero Principe non ne poteva più di scorrazzare su e giù per il regno a sbaciucchiare incaute ragazze che si pungevano con un ago stregato  e piombavano a terra  – anzi no, su un letto a baldacchino – morte di sonno. 
Fu così che decise di cambiare mestiere, si iscrisse all’Accademia di Brera e si specializzò in “arti visive e nuovi linguaggi espressivi”. Per fare pratica, dipingeva le mura del Castello Sforzesco, dove risiedeva, e va detto che più di una volta fu arrestato   e dovette pagare fior di fiorini d’oro di cauzione per tornare a piede libero, in attesa di giudizio.  Ma un Principe, si sa,  riesce sempre  a trovare la scappatoia (a ben pensarci, anche un Cavaliere, uno in particolare…) e, nonostante le molte condanne a suo carico,  il nostro Principe Azzurro ottenne l’assoluzione  per insufficienza di prove e continuò indisturbato la sua attività di graffittaro . Ti amo Principessa, andava scrivendo da un capo all’altro del Regno e poi, quando il Regno cessò di essere tale nel 1946, su e giù per la Repubblica Italiana.
Lo so che sembra impossibile, ma il nostro Principe, oltre ad essere azzurro  come “l’azzurro mare d’agosto” della Wertmuller, era anche immortale come Christopher Lambert  nel mitico “Highlander” (Christopher Lambert però è molto più sexy…). Quindi , proprio come un principe delle favole, poteva spaziare da un secolo all’altro senza mostrare segni di stanchezza o di vecchiaia.  E fu così che il 7 maggio del  2012,  proprio mentre stava perlustrando i dintorni dell’ Idroscalo, a Milano, in cerca di muri da imbrattare, vide passare una bellissima ragazza bionda, con gli occhi manco a dirlo azzurri e le misure di una pin-up: 90-60-90. “Ti amo Principessa”  esclamò lui senza pensarci neppure un secondo. Lei lo guardò incredula, chiedendosi da quale film – forse un cartone animato di Walt Disney? –  fosse finito lì quell’assurdo personaggio.  Voltandogli le spalle, si avviò a passo svelto verso la discoteca poco lontana: The Beach.
Quando la vide entrare, lui non ebbe esitazioni: la seguì. All’ingresso fu subito bloccato da due nerboruti bodyguard di colore, che lo respinsero per due motivi ben precisi  in questo ben preciso ordine:  primo, per il  suo abbigliamento assolutamente inadeguato per quel luogo;  secondo, perché  le armi erano per lo più bandite in discoteca. In special modo le armi antiche.  Lui non si lasciò scoraggiare:  consegnò prontamente il suo  mantello azzurro e la spada, quindi spintonò senza esitazione  i due bodyguard e si fece largo verso le sale interne.
In men che non si dica la vide: eccola là, seduta su un divanetto bianco che la faceva sembrare la reginetta della festa. Accanto a lei c’era un tipo tutt’altro che raccomandabile, ma lei sembrava non avere occhi altro che per questo tamarro da quattro soldi. Il Principe era un tipo paziente. “Diamo tempo al tempo” pensò. E di tempo gliene lasciò molto a quei due, anche quello per appartarsi in un angolo buio del giardino a fare immaginate che.
Quando i due rientrarono, la ragazza  ritornò sul suo trono, anzi che dico:  sul suo divanetto. Il tipo invece andò verso il bancone a prendere qualcosa da bere.  Il Principe allora decise di rompere ogni indugio e in poche falcate si avvicinò alla ragazza. Proprio in quel momento, però, lei fece per alzarsi, ma   le girava la testa – forse aveva bevuto qualche mojito di troppo – e si accasciò sul divanetto, dove si addormentò in modo tutt’altro che regale.  Il Principe si sentì immediatamente chiamato in causa nel suo antico ruolo di   “risveglia-principesse” . Si chinò su di lei, le scostò una ciocca di capelli dalla fronte ed eccolo: il miracoloso, mirabolante, taumaturgico bacio sulle labbra.  La ragazza emise un flebile lamento e lui, incoraggiato da questo inoppugnabile segnale di successo, si prodigò in un secondo miracoloso, mirabolante, taumaturgico bacio.  A questo punto la ragazza aprì entrambi gli occhi. Lui le sorrise, ma lei  lo squadrò truce e gli urlò in faccia: “Ma che fai, stronzo, credi di poter approfittare di me solo perché sono qui ad occhi chiusi, mezza addormentata?”  “Ma no, ma cosa hai capito? Non mi riconosci? Sono il Principe Azzurro, quello della Bella Addormentata nel Bosco” balbettò lui “Volevo semplicemente svegliarti con un bacio”.  “Ma fammi il piacere, Principe Azzurro dei miei stivali!”  – lo aggredì lei – “Ma mi prendi per scema? Trova una scusa migliore e attento a te: se non la smetti con queste baggianate, chiamo i bodyguard all’ingresso e ti faccio sbattere fuori a calci. Dai, piantala, e vammi a prendere un caffè! “
Morale della favola: “Non a tutte le principesse serve il Principe Azzurro per svegliarsi. Ad alcune basta un buon caffè.”
 
Racconto di Flavia
 
Immagine dal web
 

 

 

  

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grande_portachiavi con iniziale e diamante tondoLa signora, cinquant’anni o giù di lì,  camminava a passo veloce lungo Via Losanna, in un pomeriggio cupo e piovoso come i tanti che Milano sa infliggere quando è autunno. Ogni tanto si soffermava davanti a qualche vetrina, ma il suo sguardo era assente: dava l’impressione  di inseguire il filo dei suoi pensieri più che essere interessata allo shopping.

Facevamo la stessa strada, talvolta era lei a rallentare, talvolta io, e così mi ritrovai ripetutamente a passarle a fianco e ad osservarla di sottecchi, perché c’era qualcosa in lei che mi inteneriva. A un tratto, mentre camminavo avanti di qualche passo, udii un grido alle mie spalle. Mi voltai e vidi la signora a terra, che difendeva la sua borsa mentre un ragazzo con un casco in testa e un cappotto indefinibile la strattonava malamente per strappargliela. La donna opponeva resistenza come poteva, ma alla fine il ragazzo ebbe la meglio: riuscì a sfilarle la borsa dal braccio, facendole perdere nuovamente l’equilibrio, e si allontanò di corsa, fra l’ indifferenza dei passanti che schivavano la poveretta come se nulla fosse accaduto. Il tutto si era svolto in pochi istanti, ma davanti ai miei occhi la scena era sembrata dilatarsi come in un film al rallentatore.

Percorsi i pochi passi che ci separavano e l’aiutai a rialzarsi, senza neppure pensare ad inseguire il ladro. Lei però guardava nella direzione del giovane con uno sguardo smarrito, disperato.  “Il portachiavi, il portachiavi”, continuava a ripetere e con l’indice mi indicava un portachiavi che nella colluttazione doveva essere caduto dalle tasche del ragazzo.

In un primo momento avevo pensato che appartenesse a lei, che fosse scivolato dalla sua borsetta e mi affrettai a raccoglierlo. Glielo porsi e lei disse con gli occhi pieni di lacrime: “E’ di Andrea, gliel’ho regalato al suo diciottesimo compleanno. E’ il suo, guardi qui le sue iniziali,  l’ avevo fatto fare apposta per lui”. Non capivo il motivo di tanto sgomento, del dolore che le si era dipinto sul viso. Ma lei aggiunse “Andrea è mio figlio”.

Il giorno dopo, fra le pagine di cronaca milanese del Corriere della Sera, un trafiletto riferiva: “ Via Losanna. Madre scippata dal figlio tossicodipendente lo denuncia e lo fa arrestare”.

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“Gelosa io? Figuriamoci!” Quante volte        l’ho ripetuto!

Ma un  giorno, mentre sto parlando al cellulare con Giorgio, il mio fidanzato,  sento in sottofondo il suono di un altro telefono. Immediatamente lui mi dice “aspetta un secondo”. Risponde (a chi?) con una voce strana e sento che si scusa : “Mi spiace,  ho una persona in attesa sull’ altro cellulare, ti richiamo fra un attimo”. Poche parole, ma il suo tono  è caldo, carezzevole. Poi riprende a parlare con me e mi dice frettoloso: “Perdonami, amore, devo salutarti.  E’ una faccenda di lavoro, a dopo. Ci vediamo alle otto da te”.

Lavoro? Mah, sarà. Voglio crederci, non posso pensare che sia una donna, che ci sia sotto qualcosa. Mi fa star male anche il solo immaginarlo. Eppure…. Eppure qualcosa dentro di me mi dice che quella non era una telefonata di lavoro. Improvvisamente mi ritrovo a macchinare delle cose folli: “Come posso sapere chi è? Stasera, quando saremo insieme, devo indagare. Anzi no, appena posso, gli prendo di nascosto il cellulare e controllo le sue ultime chiamate. Ma no, ma no! Cosa dico? Cosa penso di fare? Non posso cadere così in basso! Ho un orgoglio, io, una  dignità!

Non farò nulla, se sta innamorandosi di un’altra donna, se magari sta già con lei, mi comporterò civilmente, senza drammi: mi leverò di torno, senza recriminare, senza scene patetiche.”

Sono le sette di sera. Mi sto preparando per uscire con Giorgio e sono quasi riuscita a scacciare il fantasma della gelosia dalla mente. Menomale!  Ma ecco, il cellulare squilla e sul display compare il suo nome. “Tesoro, perdonami, mi dispiace moltissimo. Quella persona che mi ha chiamato oggi quando ero al telefono con te è una copywriter, c’è  un problema per la pagina della rivista che deve andare in stampa domani, devo assolutamente fermarmi qui in ufficio a sistemare il testo”.

Di nuovo il sospetto si fa largo.  Penso: “E me lo dici adesso? Non lo sapevi già da ore, non potevi chiamarmi un po’ prima?”.

L’irrazionalità prende il sopravvento. Non c’è più dignità,  non c’è più orgoglio che tenga: prendo la mia Panda e inforco la strada verso il suo ufficio. Di solito la sua auto è  posteggiata nel parcheggio sotterraneo, devo accertarmi che sia realmente lì anche ora. Ah! Che sollievo, la sua Audi c’è ed io mi tranquillizzo: “Ok, deve proprio lavorare, non era una bugia”. Ma nel momento stesso in cui  sto per ripartire, lo vedo arrivare avvinghiato a una brunetta che sarà alta la metà di lui. Non ci posso credere! Non è neppure bella, una donna come tante. Salgono in macchina insieme, li vedo baciarsi. Il mio stomaco si attorciglia su se stesso, ho il respiro affannoso, mi gira la testa. Me ne sto nascosta dietro una colonna del posteggio  per non farmi vedere: mi vergognerei troppo se lui mi scoprisse qui a spiarlo. Ma poi ci penso: “Ah sì?… sono io a dovermi vergognare?E tu, brutto stronzo? Sei un verme. Oltre a tradirmi, mi racconti un sacco di palle, mi stai prendendo per il culo.”   Eppure continuo a starmene lì ferma, impalata. Vorrei avere il coraggio di affrontarlo,  di sputtanarlo davanti agli occhi di lei, della brunetta che sta per scoparsi.  Ma porca puttana, non ci riesco.  

Aspetto che loro se ne vadano e con gli occhi annebbiati dalle lacrime mi rimetto in macchina e guido come un automa verso casa. Penso ai mille modi in cui potrei vendicarmi: presentandomi alla sua porta e rovinandogli la serata, per esempio. Ma poi? Che soddisfazione sarebbe? Umilierei me stessa, non lui.

“E chi se ne frega” – decido tutt’a un tratto – Chi se ne frega dell’umiliazione. Più umiliata di così!” E allora riprendo la mia Panda, volo sotto casa sua e guardo su,  al terzo piano. Naturalmente la sua finestra è illuminata. Allora mi attacco come una pazza al citofono e pigio, pigio quel tasto fino a farmi male.  “Chi è? Cosa succede?” risponde lui con voce seccata. “Stronzo, sei uno stronzo, uno stronzo, uno stronzo!!! E affanculo il sovoir faire, la dignità e tutte quelle cose lì. 

 

 *********

 

“Gelosia ah ah, gelosia ah ah, è l’amore che non ti sorride più. La credevo un sentimento ed è una malattia…..”  Ecco sì, una malattia, come cantava Nada.  La gelosia è UNA MALATTIA!

Per esempio, il  cellulare  di lui bippa per segnalare l’arrivo di un sms.  Lui prende il telefono, legge  e si affretta a rispondere un po’ di soppiatto, o almeno così a te sembra. E tu hai già deciso: ecco, ha un’altra. Non è detto che lui davvero abbia un’altra donna e ti tradisca, ma nel momento stesso in cui si insinua il dubbio e tu non lo respingi immediatamente, sei fottuta. Anche se lui non ti ha tradita per niente,  anche se l’sms era un semplice avviso della Tim, tu tanto dirai e tanto farai che te lo tirerai addosso, il tradimento. Ti trasformerai in un Tom Ponzi in gonnella,  lo seguirai, lo spierai, gli prenderai il cellulare appena lui lo dimenticherà per casa e leggerai i suoi sms, verificherai ogni sua chiamata. 

Non scoprirai nulla? Non importa. Significa che lui è abilissimo a nascondere le tracce dei suoi tradimenti.  Sembra quasi che tu speri che lui ti tradisca, perché a questo punto devi dimostrare (sa dio a chi e perché) che non ti sei sbagliata. E poi lo tempesti di frecciatine che lui accoglie con aria perplessa… “Eh sì, chissà quante telefonate hai ricevuto oggi!” “Mah… sì – risponde lui – oggi in ufficio i clienti non ci davano pace.” La malattia – la gelosia – si aggrava di giorno in giorno. Tu gli piombi sotto l’ufficio inaspettatamente proprio mentre lui sta cercando di sganciarsi dal suo collega, di cui non ne può più, e inviti questo a cena. Tuo marito ti fa gli occhiacci, non ha proprio voglia di sorbirsi quel rompicoglioni  per altre tre ore almeno, ma tu imperterrita insisti perché il collega venga a casa vostra. Speri di carpirgli qualche segreto su quell’altra. L’altra donna, ovviamente.

Poi ti metti in mente di fare quella sexy, sempre per competere con l’altra. E allora alè: abbigliamento intimo da zoccola, preservativi extrastimolanti, anelli vibranti, tutte le cento posizioni del kamasutra.  Tuo marito comincia a pensare che il suo modo di fare sesso  non ti piaccia più. Che tu sia stanca di lui, annoiata.  Forse – sospetta –  tu hai un altro… sei così strana in questo periodo! 

La storia per il momento finisce qui.  Attendiamo gli sviluppi della malattia.  

 

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