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Archive for the ‘racconto’ Category

Domenica 22 Aprile parteciperò alla Sesta Maratona di Racconti di Settimo Milanese con il mio scritto “Solchi” prodotto durante il Laboratorio di Scrittura Creativa organizzato da Semeion Teatro e condotto da Luca Chieregato,  che ringrazio per la bella esperienza che anche quest’anno mi hanno permesso di vivere.

Qui di seguito il mio racconto.

Flavia

Percepì la sua presenza prima ancora di averla vista. Sentì nell’aria il profumo di sandalo, caldo, che emanava la sua pelle. Si guardò attorno, sicuro che lei fosse lì, in mezzo a tutta quella gente riunita a festeggiare il compleanno di un amico. E infatti eccola là, dall’altra parte della stanza, irresistibilmente bella come quando si erano lasciati dieci anni prima. Non furono necessari preamboli. Dalla terrazza, dove si erano appartati, alla casa di lui il passo fu breve.
Un bacio lungo, intenso, profondo. Le mani sfiorano, si soffermano, esplorano. Sopra e sotto i vestiti. Poi, via anche quelli. Lui la spoglia smanioso e comincia a percorrere avido ogni piega del suo corpo, impaziente di possederla, di perdersi nella sua carne, di fondersi l’uno nell’altra. Lei, ancora lei! La desidera da morire e il suo cuore pulsa impazzito come la prima volta che era stata sua.
Lei si abbandona incredula al piacere di quelle carezze, i sensi appesi al tocco di quelle mani che scivolano ingorde sulla sua pelle. Ma a un tratto, avverte il gesto incerto di lui sulla cicatrice che le taglia il ventre, all’altezza del pube. La carezza improvvisamente lunga, tenera, curiosa indugia su quel lembo di pelle. Una lingua di fuoco si insinua in lei, nello squarcio da cui le hanno strappato l’utero, rubandole anche la capacità di desiderare e sentirsi desiderata. Le dita di lui risalgono, tornano a lambirle le labbra ora serrate, gli occhi incupiti, la fronte corrugata, e sembrano affondare dentro rughe fitte, profonde. Solchi. I palmi delle mani di lui, che le si posano sul seno, sui fianchi, sulle cosce, è come se frugassero nel mare increspato della sua pelle. E quella vampata di calore, che la stava avvolgendo nel risvegliarsi della passione, pare confondersi con un indizio di vecchiaia. La femmina bella e sensuale di qualche attimo prima svanisce di colpo. Al suo posto, una donna smarrita, che non riesce a far quadrare i conti fra il passato e il presente.  Simula un piacere che invece è stato ingoiato dall’amara estraneità dalla sua immagine e si allontana bruscamente da lui.
Dopo essersi rivestita rapida, lei si diresse verso la porta. Lo specchio in anticamera rifletteva ancora una volta, come dieci anni prima, il passo dinamico di due solide gambe curate. Ma il suo sguardo  vide un corpo avvizzito, l’età moltiplicata per cento, mentre l’uomo alle sue spalle cercava ancora nell’aria quel profumo di sandalo, caldo, penetrante.

 

 

 

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Si era preparata a lungo a quell’incontro. Lo desiderava, ma al tempo stesso lo temeva. Temeva l’estraneità che avrebbero potuto provare l’una rispetto all’altro. Temeva che potesse essere tutto diverso da come si era immaginata fino a quel momento. Mentre preparava la valigia, in preda a un’agitazione che le faceva tremare le mani, Manuela cercava di interrompere il continuo accavallarsi di pensieri e di recuperare la calma. Impossibile! Ormai aveva perso il controllo delle emozioni e anche il suo corpo non le obbediva più: il cuore le martellava nel petto, vacillava sulle gambe, si sentiva attanagliare da una morsa di tensione che quasi la paralizzava. Se avesse potuto, avrebbe fatto un passo indietro. Ma che dico un passo: ne avrebbe fatti mille, un milione. Sarebbe immediatamente fuggita da questa situazione senza via d’uscita.

“Oddio, è assurdo!” pensava lui in quello stesso istante. Stava per incontrarla e non sapeva neppure come fosse la sua faccia. Sarebbe stata la donna dolce e affettuosa che gli era sembrata? Aveva tanta voglia di vederla, di toccarla, di stringersi a lei! Ma lei? Lo desiderava, l’avrebbe amato? Aveva un po’ paura. Avrebbe voluto cullarsi ancora un po’ in quell’ attesa di incontrarsi che era eccitante e al tempo stesso rassicurante, ma non si poteva aspettare oltre. 

“Ma perché ti ho permesso di insinuarti fra noi?” meditava Manuela. “Io e Riccardo eravamo una coppia felice, senza problemi, ma da quando tu ci sei è tutto cambiato. Tu hai aperto un solco tra me e lui. Io ora non faccio altro che pensare a te, soltanto a te, giorno e notte. Ancora non ci siamo incontrati, eppure il mio desiderio di te è talmente forte da azzerare qualsiasi altra emozione. Mi fai quasi spavento”.

“Non sono stato io a volere tutto questo” rifletteva lui. “Mi ci sono ritrovato senza neppure sapere come. Eppure…. eppure mi sento così felice! Ho una voglia immensa di incontrarti!” 

“Signora, venga qua! Presto, stanza 6, letto4.”Manuela non ha più tempo per pensare. Le contrazioni sono sempre più ravvicinate, mezz’ora soltanto ed è già in sala parto. Ora è concentrata unicamente sul suo respiro e su quel bisogno di spingere, spingere e accelerare quest’incontro che ha atteso per nove lunghi mesi. Per un attimo, pensa che le forze la stiano abbandonando. “Non ce la faccio” dice fra sé. “ Morirò senza averlo mai incontrato.”

Invece Manuela e Andrea si incontrano, come previsto, il cinque febbraio, esattamente la data presunta del parto. E’ mezzanotte passata da tre minuti, Andrea è arrivato puntuale all’appuntamento. Qualcuno ha avvolto il bambino in un lenzuolo e l’ha posato fra le braccia di Riccardo, che si avvicina a sua moglie: “Ecco, Manuela, ecco il nostro Andrea”. 

Per Manuela è come vedersi dentro e dare finalmente un volto a quella creatura che è cresciuta in lei, insieme a lei, giorno dopo giorno. E’ scoprire che paura e incertezze sono spazzate via in un attimo. “Sposti tutti i miei confini” pensa. Poi si stupisce delle sue stesse parole: “ E questa frase? Dove l’ho sentita ? Ah, forse una canzone. Ma chi se la ricorda, ora!”

Flavia

(immagine dal web: “Ritratto di donna” di Angelo G. Stenta)

 

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L’attesa by Flavia

Arrivo col cuore in gola, sono emozionata. Tu non ci sei ancora, ma sono certa che fra poco ti vedrò spuntare là in fondo, come fai sempre. Mi correrai incontro ed io sarò felice di lasciarmi accogliere nel tuo abbraccio così familiare.

Un week end come questo non è una novità, ma la mia gioia è la stessa della prima volta che siamo partiti insieme. Tu ed io che abbandoniamo la città e ce ne andiamo al mare, lasciandoci alle spalle tutto e tutti. Pregusto già la sensazione di arrivare là, di tuffarmi fra le onde e lasciarmi cullare dai pensieri più romantici.

Una signora corre trafelata alle mie spalle e per poco non mi fa cadere. Non mi arrabbio, ho altro per la testa. I miei occhi sono puntati alla ricerca di te, aspetto impaziente il tuo arrivo ed è l’unica cosa che conta in questo momento.

Che strano, però! È passata la una e un quarto, dovresti essere già qua. Tu non tardi mai, sei sempre puntuale. Ti sarà successo qualcosa? Non avrai avuto un incidente? Ma no, cosa vado a pensare. Sono la solita ansiosa!

Se potessi, ti telefonerei. Ma tu non usi il cellulare. Non mi resta che aspettare, paziente. Non è mai capitato che tu mancassi a un appuntamento e non capiterà neppure oggi, ne sono certa. Per ingannare l’attesa, frugo nella borsa, prendo le sigarette e me ne accendo una. La fumo nervosamente, il non vederti arrivare mi agita ogni momento di più.

Forse non era qui l’appuntamento? Impossibile, ci troviamo sempre allo stesso posto. Però non si sa mai, provo ad allontanarmi per vedere se per caso mi aspetti poco più in là. Niente da fare, non ti vedo. Torno dov’ero e scruto di nuovo l’orizzonte.

Mi chiama Donatella. Mi chiede: “ Ti disturbo? E’ arrivato? Già in partenza?”. “Purtroppo no, non è ancora arrivato e sono un po’ preoccupata” le rispondo. “Tranquilla – mi rassicura lei – avrà semplicemente incontrato traffico, abbi pazienza. E quando sarà lì, fammi uno squillo, così saprò che tutto è a posto”.

Sono passati altri dieci minuti. Comincio ad arrabbiarmi. Ma è questo il modo di fare? Sai che sono qui ad aspettarti, perché mi fai stare sui due piedi per quasi mezz’ora e non ti sbrighi? Mi viene voglia di andarmene, e al diavolo il mare! Al diavolo anche tu, che cominci ad essere inaffidabile come tutti gli altri.

Ma ecco, mentre impreco stizzita fra me e me, vedo apparire là in fondo una sagoma familiare. Sei tu? Sì, sei proprio tu! Il Frecciabianca 35269 delle 13.10, al solito binario 5. Sei in ritardo di venticinque minuti, in stazione nessuno si è curato di annunciare il disservizio e sto morendo di caldo su questa maledetta banchina dove ci saranno almeno trentacinque gradi. Ma chi se ne importa! Ora si parte. Bye-Bye Milano, Varazze mi attende, e se tu recuperi il ritardo alle 15.21 saremo già là.

Flavia

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